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Alcune giornate sembrano nascere perfette

28 gennaio 2018

Alcune giornate sembrano nascere perfette.

Senza alcuno sforzo, senza particolari artifici o  interventi, senza il bisogno di indossare una  maschera. 

Sono perfette per natura, per un gioco che si compone, certo con il volere divino, da qualche parte, fra cielo e terra, in un orizzonte parallelo, un limbo intoccabile dove gli ingranaggi e i meccanismi sono precisi ed inconfutabili, intoccabili ed armonicamente rodati. 

Quella di ieri, 26 gennaio, è stata per Ravello una giornata perfetta. Climaticamente insolita: un bulbo di primavera sbocciato nella pancia più prominente dell’inverno, solitamente avaro di sole e  temperature miti;  un profumo, un assaggio di quello che sarà la prossima stagione, come un antipasto, un po’ di  solletico per ingolosire e ricordare ai presenti cosa vuol dire appartenere ad una terra benedetta. 

I termini memoria, commemorazione, quelli più adatti ad un giorno come ieri, fanno quasi sempre, ahimè, rima, o ne sono visceralmente attratti, con cordoglio, lutto, listato, bordato dalla macchia di una perdita, del distacco eterno, dal “ nota bene” funesto del dolore, della sofferenza, dell’addio che ogni dipartita porta necessariamente con sé. 

Ed invece, ecco la sorpresa di Ravello, il virtuosismo, il controcorrente poetico di una mattinata che è stata tristezza solo per un istante, forse quello utile al contegno che bisogna avere in simili occasioni. Una giornata che da semplice e cupo ricordo dei Caduti è diventata festa, gioia, sorriso. 

I ricordi hanno in fondo questo di meraviglioso, un abracadabra  li rende terribili o splendenti. La mattina di ieri ha tramutato la lapide in  bandiera,  la fossa in applauso, il nome del Caduto, in quello sempiterno di un Campione, di un Eroe per il quale bisogna esultare. 

I colpi che furono inferti su divise giovani,  esplosi su corpi coraggiosi che sapevano di tornanti e terrazzamenti, e non certo di trincee e neve, ieri sono diventati 9 stelle buie e senza sangue sputate verso le nuvole. 

Ecco, in quel momento è stato come bussare alle porte del cielo e chiedere il permesso,  la giusta attenzione per ricordarli. Il rosso e l’arma, di qualsiasi foggia o potenza,  sono diventati azzurro intenso e ritornello, omaggio, crescendo. 

Ma in ogni festa che si rispetti, ci sono ospiti speciali, gli invitati a cui va riservato un posto d’onore. Sarebbe logico e facilmente deducibile che gli ospiti di ieri, quelli importanti, erano ovviamente i tanti uomini in divisa che, in una staffetta ideale ed eterna, con rispetto ed onore,  testimoniano il proprio amore per la Patria, o i giovani figli di Ravello che  indossano una divisa e che ieri spiccavano con orgoglio dalla tribuna numerata dell’Auditorium. 

Tuttavia  i più cari, quelli per i quali tutta la mattina di ieri ha avuto un significato ancora più pregnante, sono stati  i bambini e i ragazzi  delle scuole. 

Pieni dell’entusiasmo che viene dall’avere tutta la vita ancora da disegnare, in jeans o con i  capelli alla moda, hanno letto testimonianze, hanno ascoltato la musica che li ha trasportati in un periodo lontano, in cui i loro antenati erano al fronte, in cui il nome di Ravello veniva pronunciato da bocche con accenti diversi e  l’odio fra i denti. 

Una giornata che, come una straordinaria macchina del tempo, ha messo insieme passato e futuro, la Ravello che fu, e quella che ancora deve venire, i plotoni e il ruvido richiamo dell’ attenti, e i bastoni degli anziani che ieri,  salendo i gradini dell’Auditorium Oscar Niemeyer, hanno  voluto sapere di Andrea Mansi, e leggere il nome di un proprio, lontano congiunto di cui oggi la sepoltura è ignota. 

A volte dimentichiamo quanto possa essere  bello appartenere ad una terra, condividere un valore, uno spigolo di montagna, la forma così familiare di una gengiva di spiaggia, da diventare quasi insignificante. Ieri, invece, tutti, dai più giovani agli anziani,  hanno avvertito davvero  cosa significa essere “ cuciti” in una terra come una piccola, discreta tasca interna ad una giacca, di quelle che talvolta si dimenticano e restano vuote,  proprio per la loro costanza nel restare nascoste. 

Ieri Ravello era tutta lì: la Ravello dei carri armati di una vecchia foto in bianco e nero, la Ravello dei marinai e delle divise, delle fiamme e dei binari, delle note sui registri, della chiamata e della vocazione, delle tonache e dei bastoni, la Ravello che si è commossa al picchetto d’onore, o al saluto a chi, nonostante tutto, non ha mai abbandonato questa Costa. 

E se si prestava la giusta attenzione, nell’aria c’era un profumo strano, insolito, particolare, e non era incenso, non era polvere da sparo, nemmeno sudore di sfusati. 

Era di cento respiri con cognomi che ricordavano quello del vicino, del nonno, dell’amico: era come un grazie sussurrato dall’aldilà, mai spirato del tutto. Capace di tornare finalmente  a casa, anche solo  nel vento. 

Emilia Filocamo