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Le macere e le volte

L’uso della pietra a secco era in passato molto diffuso per l’evidente penuria di terreno coltivabile lungo i pendii delle colline. Per questo motivo gli antichi abitanti della Costiera Amalfitana hanno messo in campo tutte le conoscenze apprese durante i loro contatti commerciali con le popolazioni del Mediterraneo per trasformare il territorio. In un arco di tre secoli, dal X al XII secolo, essi hanno tagliato la roccia calcarea, recuperandone le pietre, e hanno raccolto la terra che veniva mantenuta in sito da un muro costruito a secco con quelle pietre recuperate. L’abilità a costruire tali muri consisteva soprattutto nel disporre le pietre a doppio “sacco” con scaglie più sottili immediatamente a ridosso della terra e poi pietre più grandi all’esterno in modo da stabilizzare il muro, che aveva anche un profilo leggermente a scarpa. Il fatto che non si usasse la malta era richiesto dalla necessità di far defluire l’acqua meteorica e di coltivazione che impregnava il terreno. La costruzione di una macera, che può essere alta anche 5 metri e lunga qualche decina, richiedeva l’intervento di un capomastro che coordinava vari lavoratori. Il problema è che oggi si è persa la conoscenza delle tecniche e i pochi depositari di tali nozioni sono persone anziane che trovano difficoltà a trasmettere ai giovani l’amore per un lavoro certamente faticoso  ma anche necessario per il territorio.

Le volte che coprono molti degli edifici, anche in presenza di un tetto a doppia falda, sono il risultato della conoscenza approfondita dei materiali disponibili in loco. Grazie alla possibilità di utilizzare dei prodotti vulcanici molto diffusi grazie all’apporto del complesso Monte Somma –Vesuvio, lapillo, tufo e  pomice soprattutto, i costruttori hanno messo in opera strutture voltate anche molto ampie e perfettamente impermeabili, attraverso l’uso di  materiali leggeri nelle parti alte delle coperture e di un battuto di lapilli e calce che, impiegato nella copertura esterna, assicura l’impermeabilità. Proprio la messa in opera del battuto, così chiamato dall’azione continua di battitura che gli operai continuavano anche per giorni interi, prevedeva l’accompagnamento di canti che assicuravano un ritmo costante a tutta la squadra che operava. Purtroppo canti di questo tipo non sono sopravvissuti a Ravello ma di essi si può avere un’idea ascoltando quelli dell’isola d’Ischia.