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Le torri di Fratta

In origine la città di Ravello dovette poter contare su una difesa verso le montagne costituita dalla prima fase del castrum di Fracta, con le torri, distrutte dai Pisani nel 1137, e da un muro che le foto aeree testimoniano e che doveva andare a definire come zona protetta solo la propaggine immediatamente a sud del Monte Brusara, a valle del quale è testimoniata l’abbazia benedettina di S. Trifone; la difesa verso il mare era il castrum di Supramonte che comunque doveva essere meno munito di mura, considerata la richiesta di potenziamento nel 1289.

Lungo il muro di Fracta poi si ritrovano, tra la seconda e la terza torre, delle strutture che sono disposte a circa 2,5 m l’una dall’altra, che si configurano come blocchi cubici uniti nella parte bassa dal muro che unisce le torri,  una merlatura che fa pensare più a postazioni per balestre. Ed infatti, ancora in epoca angioina la soluzione più seguita per utilizzare le nuove armi da gittata era quella della incastellatura, una struttura sporgente di legno posata su mensole infilate in apposite buche pontaie lasciate nella struttura del muro; da questa struttura ben riparati i soldati procedevano al lancio. Più in basso poi l’ultima torre ben conservata conserva verso sud l’attacco del muro che continuava e che sembra proprio andare in direzione sud-est quasi a chiudersi sulla strada che poi porta verso le case. Tornando in alto è interessante notare che nelle vicinanze della prima torre conservata si possono identificare tre elementi interessanti: una sporgenza di forma triangolare che fuoriesce dal percorso del muro e si pone perpendicolare alla torre conservata, più a nord invece due piccoli cumuli di terra su cui sono cresciuti alberi che rivelano nelle parti più basse pietre giustapposte che non sono certamente muri a secco di contenimento del terreno ma vecchie strutture crollate; lo rivela la presenza disseminata attorno di pietre ben squadrate che hanno subito lo stesso trattamento di quelle che formano la muraglia più bassa. Molto probabilmente qui dovevano sorgere le più antiche torri essendo in questo luogo quello che coincide con il punto più in alto rispetto al valico sottostante verso la terra di Tramonti. Ed infatti lasciando sulla sinistra le ultime torri e seguendo il sentiero che rivela un forte rimaneggiamento della roccia già in situ, dopo aver percorso una piccolissima depressione sottolineata a destra e a sinistra da un salto di quota di circa 1 m, si inizia la salita verso quella che appare la continuazione della montagna ma che in realtà è una collinetta artificiale creata dai crolli successivi degli alzati della struttura difensiva. Sulla propaggine più meridionale di questa collinetta, che termina con una ripida discesa nei castagneti sottostanti e ormai nei terrazzamenti coltivati a viti, c’è la cisterna e, vicino, un buco perfettamente rotondo che sembrerebbe la parte rimanente della vera di un pozzo. L’area è completamente cosparsa di pietre divelte dagli alzati e la vegetazione rende difficile la ricognizione del terreno. Per le pendenze della zona è probabile che la più alta concentrazione di frustuli di ceramica vada da ricercarsi ad ovest dove si notano successivi balzi di quota che sono sicuramente coevi all’impianto della difesa. L’opera costruttiva è quella incerta poco disordinata con pietre ricavate dall’immediato circondario e in alcuni casi tenute insieme da una malta ricca di lapillo come si può vedere nei pressi della cisterna. Si nota nella cavità cilindrica del pozzo un’ottima tenuta idraulica mediante coccio pesto il cui spessore molto elevato e il buon grado di conservazione farebbero pensare ad epoche più recenti.

La situazione costruttiva nonché quella topografica rende questa struttura molto simile al castello di Montalto, che è praticamente di fronte e sicuramente collegato visivamente con questo.